martedì 15 gennaio 2019

LA KAHINA



LA KHAINA
"Questa donna che cavalcava alla testa dei suoi eserciti, i capelli color miele che scorrevano liberi fino alla vita, vestita con una tunica rossa fiammante, donna di grande bellezza, dicono gli storici, questa maga e divinatrice, questa fiera pasionaria berbera tenne in scacco per oltre dieci anni, le truppe degli invasori arabi"

Kāhina, soprannome con cui è conosciuta Dihya (Aurès, 640 d.c. - Khenchela, 708 d.c.), una regina e condottiera berbera della dinastia Ğerawa. Kahina in arabo significa "maga, indovina". Una volta i berberi rispettavano le donne e le ritenevano ispirate dal cielo.

Regina della tribù berbera nomade dei Ğerawa, Kahina fu la principale figura della resistenza all'invasione araba del Nordafrica tra il 695 e il 705. Partendo dai monti dell'Aurès (nord-est dell'Algeria), sede della sua tribù (sembra, di religione ebraica), riuscì a porsi a capo di un'alleanza di tribù indigene di religione sia ebraica che cristiana, che contrastò efficacemente per oltre un decennio l'espansione musulmana.

Ebbe come predecessore Kusayla che perì in guerra, e come successore Khenchela, una sua figlia da cui prese nome la città di Khenchela, che succedette alla sua morte nel 708 d.c.

RIFUGIO DELLA KAHINA


LE VICENDE

Quando la Kāhina avvia la sua esperienza politica era già vedova, e senza dubbio non più giovanissima, ma ancora forte e piacente. Dopo avere già partecipato al combattimento contro le truppe del Califfo a Tehuda, nel corso del quale trovò la morte, la Kāhina affrontò, alla testa delle sue truppe, i rinforzi arabi inviati da oriente nel 688, sotto il comando del governatore dell'Egitto, Hassan ibn al-Numan, contro i Berberi Bizantini.

STATUA DI KAHINA
(Khenchela, Algeria)
Il combattimento ebbe luogo nel 689 presso il wādī Nini (vicino a Khenchela, gli arabi vennero sconfitti dalla Kāhina e successivamente inseguiti fino in Tripolitania (l'attuale Libia). La Kāhina fece allora ritorno nell'Aurès, dove adottò uno dei suoi prigionieri arabi, Khālid ibn Yazīd. Le truppe del Califfo si riportarono in una posizione molto più vantaggiosa a partire dal 698 con la presa di Cartagine e la sconfitta dei Bizantini in Nordafrica.

Gli uomini della Kāhina, convinti che gli Arabi fossero attirati nel paese dalle sue ricchezze agricole, si misero allora - secondo il resoconto del Bayān - a fare terra bruciata. I coltivatori della costa, ostili a questa politica, come ricordano Ibn Khaldūned il Bayān, abbandonarono la Kāhina e inviarono addirittura, secondo lo storico Ibn al-Athīr, degli emissari all'emiro Hassan b. al-Nuʿmān per chiedergli di intervenire.

D'altra parte, il suo figlio adottivo Khālid, che conservava rapporti con il campo avversario, tenne informati gli Arabi degli spostamenti dei Berberi. Di questo passo, indebolita da queste defezioni, la Kāhina subì un rovescio e cercò rifugio in una cittadella bizantina nei pressi di Biskra. Venne però costretta a proseguire ulteriormente la ritirata, e affrontò l'ultima battaglia a Tarfa.

Qui la Kāhina trovò la morte in una località che conserva tuttora il suo nome (Biʾr al-Kāhina, "il pozzo della Kahina"). Alla vigilia del combattimento, la Kāhina avrebbe domandato ai suoi due figli, secondo Ibn Khaldūn, di allearsi al futuro vincitore. Di conseguenza l'emiro Hassān nominò, dopo la loro conversione all'Islam, il figlio maggiore governatore dell'Aurès, e l'altro figlio capo delle milizie Ğerawa. Questa alleanza portò con sé quella di numerosi Berberi cristiani ed ebrei, che si convertirono in massa all'Islam.



LE DIVERGENZE STORICHE

Il ruolo svolto dalla Kāhina ha costituito un punto cruciale importante per i suoi commentatori.
Le asserzioni di molti di essi sono basate su preconcetti politici che sono tanto più difficili da verificare in quanto le fonti sono poche e questa regina guerriera secondo loro sarebbe una figura in gran parte leggendaria.

Gli Ebrei in Nordafrica Comunque sia, Ibn Khaldūn, considerato il più autorevole non solo tra gli storici del Medioevo (non solo musulmani ma anche cristiani), riferisce: « Tra i Berberi ebrei, si distinguevano i Ğerawa, tribù che abita l'Aurès, e alla quale appartiene la Kāhina » (Histoire des Berbères, tradotta dal barone de Slane, t. 1, p. 208, Algeri, 1852-56).

Il più grande storico francese del Maghreb, Émile Félix Gauthier, dopo aver metodicamente sottoposto ad un'analisi critica tutte le fonti, giunge alla stessa constatazione:
« I Ğerawa non sono più dei cristiani, come gli Awreba, ma sono proprio ebrei ». (E. F. Gauthier, Les siècles obscurs du Maghreb, Payot, 1927, p. 245)

Ciò non ha impedito il sorgere, ai nostri giorni, di una corrente che nega l'appartenenza all'ebraismo di questa eroina, per un'evidente difficoltà che provano molti musulmani nord-africani al giorno d'oggi di ammettere che prima dell'Islam i loro antenati fossero in maggioranza ebrei o cristiani. Di ammettere poi di essere stati guidati da una donna non ne parliamo.

Eppure gli Ebrei erano particolarmente numerosi in Nord Africa, in epoca romana, secondo la testimonianza di Strabone. Alcuni vi erano venuti liberamente, nel corso dei secoli, fin da epoca cartaginese, mentre altri vi erano stati deportati in massa ad opera di Traiano, dopo aver tenuto testa a lungo alle legioni romane in Cirenaica.

Nessun significato è stato invece attribuito al fatto che il nome stesso "Kāhina" sia paragonabile al femminile; Cohen "sacerdote" ebraico. I termini infatti hanno la medesima radice triconson antica (tipica delle lingue semitiche) che in tutte le culture semitiche ha il significato di "vaticinatore" e, di conseguenza (per l'oracolarità di molte divinità proto-semitiche), "officiatore di riti religiosi.

L'epiteto di Kāhina quindi non riporta necessariamente a un'origine ebraica, benché questo resti comunque possibile e, nel Maghreb precedente alla conquista islamica, ciò fosse abbastanza normale. Quanto all'ipotesi, avanzata da alcuni autori, che la Kāhina fosse cristiana, perché tra i suoi antenati figuravano i nomi di Matya e Tifan, che sarebbero la deformazione di Mattia e Teofane, anche questi sembrano indizi tutto sommato deboli, poiché entrambi i nomi, Mattia (di origine ebraica) e Teofane (di origine greca), potevano essere portati tanto da ebrei quanto da cristiani, in un'epoca in cui il Nordafrica era soggetto all'Impero bizantino.



NOMADI E SEDENTARI

La storiografia ha anche posto l'accento sulla politica di terra bruciata che sarebbe stata praticata sotto la Kāhina (secondo Ibn Khaldūn ed il Bayān). Il Nord Africa era in effetti divenuto un deserto, dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, teatro di scontri tra Bizantini e autoctoni, come pure tra Berberi nomadi e sedentari.

I romani avevano creato cisterne, dighe e depositi d'acqua con cui le terre predesertiche erano divenute fertilissime. Le guerre di religione, caratteristiche delle società monoteistiche, distrussero quel mondo che, fra gli altri, una donna aveva tentato di salvare lasciandoci la vita.

Chissà perchè, ogni volta che compare nella storia un'eroina femminile si mette in dubbio la sua esistenza o si dichiara in gran parte leggendaria. Come se i libri tendessero a innalzare artatamente le figure femminili, quando da millenni le virtù, le capacità, il coraggio e l'intelligenza femminile sono state sempre e totalmente oscurate.

L'eroe è un uomo? C'è da crederci.
E' una donna? E' leggendaria

Negli ultimi tempi è venuto di moda dare il nome Kāhina alle bambine sia tra i Berberi dell'Algeria o del Marocco, sia tra quelli nei paesi di emigrazione.



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