sabato 14 luglio 2018

MOENJO-DARO


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VEDUTA DI MOENJO-DARO (FIG.1)
Secondo il testo sanscrito Rigveda, (II millennio a.c.), gli arii invasero India verso il 1500 a.c., guidati dal Dio indù Indra, detto ‘il distruttore dei forti’ poiché aveva ‘distrutto novanta forti e cento antichi castelli’.

Quando nel 1922 furono rinvenute le antiche rovine di Mohenjo-Daro nell’attuale Pakistan, la portata della scoperta non fu subito compresa dai ricercatori. Per circa un decennio, nel corso di alcune campagne di scavi, venne alla luce una civiltà della valle dell’Indo, in una zona approssimativamente triangolare, con il vertice sul corso dell’Indo, a 800 km dal mare, e la base di 900 km, lungo la costa.

CORREDO DI GIOIELLI (FIG.7)
Qui sono stati ri­scoperti quasi un centinaio di villaggi e città grandi e piccole. Sono noti circa un migliaio di siti, dall’attuale Pakistan al bacino gangetico, dal Gujarat fino ai contrafforti himalayani, per un’area di circa 1.250.000 Km2 (!).

Nel 1856, John e William Brunton, incaricati di costruire un tratto di ferrovia, segnalarono che in zona si trovavano rovine dalle quali furono prelevati numerosi mattoni per costruire una massicciata ferroviaria (sig!).

Ma fu Sir Mortimer Wheeler, direttore archeologico generale dell’India, che, nel 1944, si diede a scavare negli enormi tumuli delle due maggiori metropoli della civiltà della valle dell’Indo: Harappa nel nord e, 560 km a sudovest, Mohenjo-Daro, la ‘collina dei morti’.

Complessivamente la civiltà della valle dell'Indo controllava cinque milioni di persone e Mohenjo Daro ne era la più degna rappresentazione con abitazioni che disponevano di pozzi autonomi, stupendi bagni decorati e toilette dotate di scarico, per non parlare dei sistemi fognari con tanto di tombini installati in città.

(FIG.3)
Questa popolazione disponeva di utensili in pietra, rame e bronzo; aveva addomesticato i bovini, i gallinacei e, forse, l'elefante. Coltivava frumento e orzo e ci sono tracce anche della coltivazione del cotone, per cui i suoi abitanti indossavano abiti di cotone.

Le scoperte archeologiche hanno anche portato alla luce sigilli, quadrati, rotondi o cilindrici, con incise figure umane o di animali, brevi iscrizioni redatte in una scrittura di 270 segni differenti, non ancora decifrati.

Alcuni di essi sono stati ritrovati anche in Mesopotamia, con cui le città della valle dell'Indo commerciavano, e risalgono al 2300 a.c.

Nella fig. 3 c'è un sigillo rappresentante un simbolo della Grande Madre Primigenia, ovvero la Potnia Theron, la Signora delle Belve. Essa è rappresentata, come spesso avveniva, da due animali identici raffrontati che dipartono da un centro rotondo. Ella somiglia a una Dea Tanit, con la veste triangolare sotto la testa tonda. I suoi capelli sono formati da rami e foglie, il suo corpo è un albero. Sta in piedi sulla terra, insieme a piante fiori, perchè è Dea della Terra, cioè della Natura.

MODELLINO IN TERRACOTTA TRAINATO DA BUOI (MOENJO-DARO) (FIG.4)


LE DUE CITTA'

Ambedue le città principali della valle dell'Indo, Mohenjo-daro e Harappa, usufruivano di una pianificazione degna di una città dell'Impero Romano, e furono per quel che ne sappiamo i più grandi insediamenti urbani del mondo.

Le due città pur trovandosi a circa 500 chilometri una dall’altra avevano identiche caratteristiche: un’acropoli, una città bassa fortificata, un grande granaio, ampie strade e buoni sistemi di fognature. Inoltre, la zona bassa delle due città era divisa in aree rettangolari e la presenza di oggetti in rame, bronzo e pietre preziose testimoniano l’esistenza di un fiorente commercio internazionale.

(FIG.5)
Ogni città aveva un perimetro di oltre 5 kme Mohenjo-Daro, dal tracciato originariamente quadrato (come Roma quadrata), era disposta lungo le linee di una griglia, come il cardo e il decumano romani. Secondo le stime dei ricercatori, al massimo del suo splendore, la città raccoglieva circa 70 mila abitanti, una vera metropoli per l’epoca.

Questi centri erano stati edificati quasi interamente con mattoni cotti al forno (solo una parte cotta al sole), si disse, tra il 2500 e il 2100 a.c., e facevano parte del cosiddetto Impero di Harappa.

Ma sorpresa sorpresa! Venne poi retrodatata al IV millennio a.c., ed oggi Mohenjo-daro è ritenuta una delle città più antiche del mondo, con una civiltà capace di rivaleggiare con quelle dell’antica Mesopotamia e dell’Egitto faraonico.

Come mai gli studiosi non fanno che retrodatare le più antiche civiltà? Perchè sono convinti che nella protostoria non succedeva nulla ovvero gli uomini scheggiavano pietre e andavano a caccia, le donne stavano a grattarsi la pancia e raccoglievano un po' di bacche, aspettando tremanti dentro la grotta il ritorno dei fieri compagni.

La storia fino ad ora ce l'hanno raccontata così, in quanto la storia è scritta dai maschietti che non possono concepire che siano esistite civiltà tanto più antiche, dominate poi dal culto della Grande Madre.



MOENJO-DARO

(FIG.6)
La città di Moenjo Daro è divisa in due settori: una cittadella e una città bassa. Sulla cittadella si trova una struttura in mattoni cotti a forma di vasca, soprannominata il Grande Bagno, un enorme granaio e uno stupa, nonché un tempio buddista più tardo.

Dodici strade principali in terra battuta, larghe dai 9 ai 14 m, dividevano la città in dodici quartieri, e da esse si dipartivano, in senso ortogonale, tante vie strette e parallele. Dei dodici quartieri, undici erano abitativi e commerciali, con case di mattoni tutte uguali, oltre a laboratori artigianali, botteghe e officine. Il dodicesimo quartiere era isolato e dominava la città dall'alto.

Infatti qui si innalzava un podio rettangolare alto circa 6 m, con gli edifici più importanti: ‘il Grande Bagno, il ‘Granaio‘ e la ‘Sala delle Riunioni‘. Ora la cittadella è sormontata dalla grande stupa di un monastero buddhista del II sec. d.c. La religioni, si sa, non si affiancano alle altre ma vi si arrampicano sopra, per paura di non essere abbastanza convincenti.



LE CASE


Nella fig. 6 la piattaforma circolare scavata da Wheeler nel 1946 (a sinistra) e quella scavata da Harp nel 1998 (a destra). Entrambe queste piattaforme sono state trovate all'interno di piccole stanze quadrate che in origine avevano muri di mattoni cotti, successivamente rimossi da ladri di mattoni.

CASA DI MOENJO
Le case a loro volta ricordano una domus romana, con un cortile centrale circondato da varie stanze, con un pozzo e una scala che conduceva al piano superiore e con le finestre, come nell'uso romano, che si aprono nel giardino interno della casa.

Probabilmente ciò serviva a evitare ladri e rumori, e la strettezza dei vicoli e i loro reticoli garantivano l'ombra che salvava dal sole cocente. La città mostra un eccezionale livello di pianificazione e di ingegneria civica. 

Le abitazioni erano provviste di servizi igienici e le acque reflue venivano raccolte in fogne coperte che correvano lungo il centro delle strade.  Cisterne finemente realizzate a forma di cuneo garantivano la fornitura pubblica di acqua potabile.

Uno dei più grandi misteri di questa civiltà è l’assenza di templi, o almeno di edifici riconoscibili come tali. Non c'è traccia di re-sacerdoti o di Dei viventi, nessun segno o emblema del potere.

IL GRANDE BAGNO (FIG.2)

IL GRANDE BAGNO


Su questa cittadella, una specie di agorà, si trova un struttura in mattoni cotti a forma di vasca, soprannominata il Grande Bagno.

Si è supposto perciò che i sacerdoti vi fossero, dato il "Grande Bagno", dove era possibile l’immersione rituale che ancora è usato nell’Induismo. Questa è la deduzione degli archeologi, una deduzione maschile, tutta di testa. Siccome oggi ci si immerge nel Gange, allora ci si immergeva in una piscina.

E se invece fosse stata un'immersione "salutare"? La Grande Dea spesso era colei che guarisce dai mali, del resto la fonte di Bernadette, a Lourdes, era un antico sito preistorico sacro deputato alle guarigioni miracolose.

GRANAI (FIG.9)


IL GRANAIO

Nel Granaio, c'erano tante piattaforme per pestare i cereali con vari pestelli di legno, probabilmente pali passati sui semi dagli addetti ai lavori, cioè un lavoro per tutta la comunità, senza caste privilegiate.

C'era inoltre lo spazio per immagazzinare il grano e il riso, come dimostrano i resti dei semi e delle farine rinvenute, e un sistema di essiccazione costituito da condotti sotterranei per l’aria.

RICOSTRUZIONE DI MOENJO-DARO


GLI DEI

Il popolo dell’Indo in realtà adorava degli Dei, tra cui una Dea-madre rappresentata da tante statuette e un Dio a tre teste, munito di corna, che si ritiene un antenato del Dio indù Shiva. Anche questa è una deduzione di testa, come dire che Cristo sia una derivazione di Giove.

Un'immagine della Dea Madre è nella fig. 1, in alto, commentata come:
"Modellino di carro in terracotta trainato da buoi con conducente proveniente da Mohenjo-Daro"
Sarebbe come dire che le statuette della Madonna fossero modellini di donna che prega. Innanzi tutto non è un conducente ma "Una" conducente, perchè si tratta di una donna.

Inoltre reca con sè due bimbi, il che la identifica come Madre Natura, o Mater Matuta, cioè la Dea prolifica, ovvero la sua manifestazione terrena tramite pietre, piante, animali e umani. Ogni civiltà primitiva ha presupposto una Dea Madre Duplice, nel suo aspetto visibile e invisibile, quella invisibile venne chiamata nel medioevo l' Anima mundi, un modo criptico ermetico per parlare della Grande Madre senza essere messi al rogo.

Si è reperita tra le statuette una Dea del Loto, raffigurata mentre mostra i seni che sono la fonte del latte che dona la vita all’universo e ai suoi esseri. Questa Dea era una divinità molto importante in India, ma con la fine della Civiltà dell’Indo, causata dall’arrivo dei pastori-guerrieri, la Dea del Loto fu tolta e sostituita con Brama. La Dea venne così relegata nella posizione servile della moglie brahmanica.



LA DANZATRICE

DANZATRICE IN BRONZO (FIG.10)
Nella fig.10 si nota una deliziosa ragazza, definita danzatrice non si sa per quale deduzione, ingioiellata con bracciali a spirali che le coprono interamente il braccio sinistro, che nella mano tiene forse una coppetta di cibo, magari sacrificale, oppure, come sostengono altri, uno strumento musicale a sonagli, il che si è portati ad escludere essendo inconfutabile il piccolo recipiente con dei piccoli contenuti..

La ragazza è nuda, a parte una specie di costumino tipo topless, dato che il seno è scoperto, ha gli occhi socchiusi in una specie di compenetrazione sacra o musicale che dir si voglia, ha una pettinatura articolata in due ciuffi di capelli intrecciati e fermati da fermagli o nastri. 

Il viso è ovale e le guance piene, mentre il corpo è snello e disinvolto. I seni alti e piccoli lasciano individuare la sua giovane età. Potrebbe essere una Dea o una sacerdotessa, di certo non una semplice danzatrice visto che le avevano dedicato una rara statuina di bronzo.



LE FOGNATURE

Cosa ancor più stupefacente, vi si rilevò un complesso sistema di fognature. I canali di scolo, disposti e curati da addetti ai lavori, presentavano a intervalli dei pozzetti che consentivano agli operai di eliminare i rifiuti. 

SIGILLO IN PIETRA (FIG.11)
Gli scarichi delle abitazioni, costituiti ciascuno da un sistema chiuso di tubi d’argilla, erano collegati alle fogne mediante condotti aperti in mattoni. e le acque reflue venivano raccolte in fogne coperte che correvano lungo il centro delle strade.

Questi accorgimenti igienici, oltre a garantire la salubrità dei luoghi e la buona salute dei cittadini, rappresentano un vero enigma per gli archeologi contemporanei, in quanto fanno fatica ad ammettere che una civiltà dell’Età del Bronzo, possa aver realizzato infrastrutture così raffinate. 

Le realizzazioni idriche di Mohenjo-daro sono molto più avanzate di quelle degli antichi egizi, i quali raccoglievano l’acqua manualmente dal fiume Nilo, e anticipano di almeno 2000 anni quelle che sarebbero state le famose opere idrauliche dell’Impero Romano. 

Alcune case erano addirittura munite di gabinetti interni provvisti di sedili. Inoltre erano dotati di fosse biologiche, pozzetti e latrine comuni alla civiltà della Valle dell’Indo da Harappa, a Lothal, a Mohenjo Daro, noti sofisticati lavori che includevano sistemi di drenaggio, fognature, pozzi artesiani, latrine, bagni pubblici e privati. Per gli archeologi significa retrodatare la storia, cioè ammettere finalmente l'esistenza del matriarcato.



IL POTERE

Mohenjo-Daro doveva avere uno stile di vita disciplinato ed efficiente, qualcuno ipotizza con distinzioni di classi tra i lavoratori e i mercanti che controllavano la ricchezza del Paese, a somiglianza delle caste dell’India moderna. Ma è solo una congettura, non abbiamo prove di ciò.

(FIG.12)
Nell’attuale regione pakistana del Sindh, Mohenjo-daro rappresenta un grande enigma archeologico, in quanto mostra una civilizzazione estremamente avanzata durante l’Età del Bronzo. E' chiaro che dobbiamo rivedere la storia, ma soprattutto la proto-storia.

Noi pensiamo che se non c'è un padre potente la famiglia non funziona, per cui se non c'è un re potente lo stato langue.

Che un'organizzazione possa provenire dal desiderio di alcuni di aiutare la comunità senza ambizioni di potere è assolutamente escluso dagli archeologi mentalisti.

Una tale organizzazione ha fatto dedurre agli archeologi che provenisse da uno stato totalitario, ma ne mancano sia gli emblemi di potere quanto un'arte che la rappresenti.

Le poche statuette, come quella di una fanciulla che danza, o delle Dee della fertilità, alcuni sigilli di pietra finemente intagliati con animali e Dei, vari tori in argilla e un certo numero di vasi decorati non sono molto per una società così eccezionalmente organizzata e sicuramente ricca.

Viene tanto da pensare che gli invasori, portatori di nuovi Dei, abbiano abbattuto e distrutto tutte le immagini del passato onde abituare il popolo alle nuove, di certo non pacifiche e non paritarie tra i sessi.



LA CIVILTA'

Nonostante non si sia ancora riusciti a decifrarla, si deve riconoscere che la città aveva una scrittura, inconcepibile per il IV millennio a.c. Ovviamente l'antica scrittura era a ideogrammi, tipo quella egizia o cinese ed erano incisi con notevole finezza nella pietra, come quello della fig.11, raffigurante un toro con forse una nave sorretta da un cuneo, più probabile da una barca lunare.

IL POZZO
Le civiltà matriarcali ebbero una Dea Madre in genere con una figlia (quando i miti erano esclusivamente femminili) o un figlio. La figlia era in genere un'ipostasi della madre.

Il figlio solitamente rappresenta la vegetazione annuale che ogni anno muore nel solstizio di inverno e resuscita in primavera, con opportune varianti a seconda della latitudine e della temperatura.

Alcuni sigilli intagliati alludono a un sistema di riscossione delle entrate, mentre il ritrovamento di pezzi simili a quelli degli scacchi rivelano la complessità intellettuale dei giochi amati dalla popolazione.

Nella fig. 13 si osserva un muro con lo scarico attraverso il quale venivano eliminati i rifiuti dai piani superiori delle case. A pensare che nel nostro medioevo si gettavano i rifiuti dalla finestra.
Al piano terreno, in corrispondenza degli scarichi, venivano poste grandi giare che venivano svuotate periodicamente.



LA DECADENZA

Non sappiamo però quante di quelle immagini e manufatti siano stati distrutti. Secondo il testo sanscrito Rigveda, del II millennio a.c., gli invasori arii che si riversarono in India verso il 1500 a.c. erano condotti dal Dio indù Indra, detto ‘il distruttore dei forti’ poiché aveva ‘distrutto novanta forti e cento antichi castelli’.

LA MADRE DEGLI ANIMALI
Ora agli Dei distruttori siamo abituati, nel senso che vari popoli hanno conquistato altri popoli affermando che lo volevano i loro Dei. Ciò significa che si trattava di Dei crudeli, del resto nel patriarcato il Dio unico non è da meno, visto che ficca l'oro fuso agli ebrei idolatri, o ordina agli islamici lo sterminio degli infedeli o fa le guerre di religione in nome della cattolica chiesa e del buon Gesù, perpetrando le peggiori nefandezze.

Nel 1900 a.c. i due centri erano già in declino, a causa delle continue inondazioni o perché gli abitanti avevano esaurito il legname delle foreste, essenziale per produrre le enormi quantità di mattoni necessarie alle costruzioni e alle riparazioni degli edifici. Quest'ultima meno credibile perchè le foreste erano molto estese.

Le pianure alluvionali della valle dell’Indo hanno subito molti allagamenti nel corso della storia. Gran parte della città di Mohenjo-Daro giace sotto la superficie freatica e molti segreti sono forse sepolti nella sabbia.
Quando gli Ari raggiunsero l’Indo, trovarono probabilmente un popolo ormai in decadenza, che conduceva una vita stentata nelle grandi città degli antenati.

Devasta i forti come il tempo lacera gli indumenti’, si afferma nel Rigveda a proposito di Indra; e se fu effettivamente lui a guidare l’invasione degli Ari, diede prova di poca pietà. Nello strato più recente sono stati infatti rinvenuti molti scheletri con i crani fracassati a fendenti di spada. Ora prosperano gli interpreti, ma di eccidio, se non genocidio, si trattò.

Uomini, donne e bambini furono trucidati, anche nelle loro abitazioni. Accanto a un pozzo pubblico quattro uomini e donne giacevano ancora là dove erano caduti, ad opera di un altro popolo molto meno organizzato e molto più mentale, per cui distruttivo.



LE IPOTESI DELLA FINE

Sulla fine dei suoi abitanti sono sorte molte teorie: alcuni ipotizzano che siano stati i cambiamenti climatici, oppure la decadenza degli scambi commerciali, oppure che Mohenjo-Daro sia stata abbandonata a causa della variazione del corso di un fiume.

FOGNATURE SCOPERTE E COPERTE
Il fatto è però che a Mohenjo-daro non esistono tombe. Durante gli scavi del 1922, dei 70 mila abitanti, gli archeologi scoprirono solo 44 scheletri di uomini, donne e bambini distesi al suolo, come se avessero subito una morte improvvisa, senza rendersi conto di ciò che stava accadendo. 

Nel sito non furono trovate armi, e nessuno dei corpi mostrava ferite prodotte da armi da guerra (altri archeologi affermano il contrario, come abbiamo già visto).

Analisi recenti, sostengono altri, mostrano che buona parte degli scheletri ha tracce di carbonizzazione e calcinazione, come fossero stati esposti ad un intensa fonte di calore. 

Inoltre, i mattoni trovati tra le rovine della città mostrano segni di fusione da temperature estreme; campioni di roccia, vasellame e monili mostravano fenomeni di vetrificazione, un po' come a Pompei, ma non ci risulta alcun vulcano presso la città. Non si esclude che la città sia stata messa a ferro e fuoco, e cioè devastata dalle fiamme. Come sono buoni i popoli maschilisti mentalisti...




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